Il bambino che scriveva sull’ acqua

Era il tempo in cui le stelle e le maree si alzavano all’unisono, le conchiglie bianche scavavano solchi morbidi nella sabbia e le poche case del villaggio a ridosso del nero monte Urunga sfilavano davanti agli occhi, ferme nella loro povera forma e sostanza. I cieli aperti di blu cobalto e striati da sfilacci di nubi inconsistenti scivolavano verso l’orizzonte.

Izac, seduto sotto un grande albero di palma scrutava la linea scura del mare. La mareggiata notturna aveva scavato e riempito pozze d’acqua che ora guardavano le nubi specchiandone il passaggio. Izac aveva solo otto anni ma sapeva che il giorno avrebbe portato altre mareggiate e che poco era il tempo che gli rimaneva per scrivere, prima che le onde lunghe inghiottissero ancora ogni anfratto di sabbia. Seduto di fronte all’occhio d’acqua più grande e prossimo alla palma, Izac prese a sfiorare la superficie d’acqua salmastra con la punta delle dita compiendo circonvoluzioni eleganti; le sue piccole mani volteggiavano nell’aria sullo specchio d’acqua disegnando i suoi pensieri, che quel giorno erano tutti rivolti a Janine, la bambina dagli occhi di cristallo del villaggio vicino.

Pensava, Izac, che non fosse una cosa buona restare là seduto, privo della gioia che sempre gli dava l’aspettativa del poterla vedere, mentre nel suo cuore desiderava tenacemente che lei non fosse malata, sdraiata nel suo lettino senza compagnia e senza forze per correre, giocare, sorridere. Un giorno, non molto tempo prima, suo padre l’aveva caricato a bordo del carro e l’aveva accompagnato da lei. In quell’occasione le aveva stretto forte la mano e le aveva promesso che le avrebbe scritto ogni giorno, che i suoi pensieri l’avrebbero raggiunta e che per farlo avrebbe adoperato l’acqua del mare. Nell’acqua Isak avrebbe sciolto i suoi pensieri e con le mani li avrebbe scritti sulla sua superficie, da lì poi il vento li avrebbe raccolti e condotti a lei. Janine aveva riso debolmente alle sue parole ma Isak, in quell’istante perfetto, riuscì ugualmente ad intravedere un luccicore di felicità nei suoi occhi trasparenti. Le onde si infrangevano ora debolmente sulla battigia, ma nell’aria un fremito di elettricità penetrava le distanze giungendo fino a solleticargli i piedi. Il bambino allora disegnò linee curve e morbide sul pelo dell’acqua, le riempì del colore del mare, ne fece grandi gusci di conchiglia e scrisse parole in fila come perle:

“Le conchiglie sono i pensieri, le parole il mio cuore”.

Janine, nel risvegliarsi dal torpore di un sonno improvviso, sentì dentro di sé una voce che le sussurrava calde parole di speranza e vide un cesto di grandi conchiglie bianche ai piedi del letto.

Muta, nel candido stupore dell’infanzia, sorrise felice e chiuse gli occhi.

Federica Galetto
https://lalepreeilcerchio.wordpress.com/

Photo Édouard Boubat

https://viadellebelledonne.wordpress.com/2016/04/22/il-bambino-che-scriveva-sullacqua/#more-40110

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Alice nel paese delle meraviglie

Cappellaio Matto: Credi ancora che sia un sogno, non è vero?
Alice: Ma certo, è solo un’ invenzione della mia mente.
Cappellaio Matto: Questo vorrebbe dire che non sono reale?
Alice: Temo di sì, ma non mi sorprende che io sogni un mezzo matto.
Cappellaio Matto: Ma dovresti essere mezza matta anche tu per sognare uno come me.
Alice: Evidentemente lo sono.. Mi mancherai quando mi sveglierò.

– Da Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll

Nessuno si salva da solo..

Un tempo ridevano, univano i mignoli, flic o floc?,

ed esprimevano un desiderio, così stupido che

non si curavano mai di saperlo esaudito.

L’ultima volta che era successo, annodando il mignolo a

quello di D., il desiderio di Gae era stato speriamo di farcela.

A restare insieme.

*

*

*

Ora non gliene fotte più un accidenti di quel giochino che non faranno mai più e che non gli ha portato bene, come un mucchio di altre cose.

Nessunosisalvadasolo Margaret Mazzartini

Il cimitero dei libri dimenticati

Mi aggirai in quel labirinto che odorava di carta vecchia, polvere e magia per una mezz’ ora. Lasciai che la mia mano sfiorasse il dorso dei libri disposti in lunghe file sugli scaffali, affidando la mia scelta al tatto. Tra titoli ormai illeggibili, scoloriti dal tempo, notai parole in lingue conosciute e in decine d’altre che non riuscivo a identificare. Vagai lungo gallerie e ballatoi riempiti da centinaia, migliaia di volumi che davano l’impressione di sapere di me molto più di quanto io sapessi di loro. Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della propria mediocrità. Non so dire se dipese da queste riflessioni, dal caso o dal suo parente nobile, il destino, ma in quell’istante ebbi la certezza di aver trovato il libro che avrei adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato me. Sporgeva timidamente da un ripiano, rilegato in pelle color vinaccia, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Accarezzai quelle parole e le lessi in silenzio.  

Non conoscevo né il titolo né l’autore, ma non mi importava. Era una decisione irrevocabile, da entrambe le parti. Presi il libro e lo sfogliai con cautela: le sue pagine palpitarono come le ali di una farfalla a cui viene re-stituita la libertà, sprigionando una nuvola di polvere. Soddisfatto della scelta, tornai sui miei passi ripercorrendo il labirinto con il volume sotto-braccio e un sorriso sulle labbra. Forse l’atmosfera magica di quel luogo mi aveva contagiato, ma ebbi la strana sensazione che quel libro mi avesse atteso per anni, probabilmente da prima che nascessi.

Carlos-Ruiz-Zafon – L’ombra del vento

Le ho mai raccontato del vento del nord

Per mesi, ho visto Emmi in ogni donna che incrociavo per strada. Nessuna però poteva competere con quella vera, nessuna poteva farle concorrenza, perché quella reale era al riparo da qualunque pubblico, separata dalla società, isolata, era tutta per me nel mio computer. Lì andava a prendermi al lavoro. Lì mi aspettava prima, dopo, al posto della colazione. Lì mi augurava la buona notte al termine di una lunga serata insieme. È capitato abbastanza spesso che si trattenesse con me fino alle prime luci dell’alba, nella mia stanza, nel mio letto, si infilasse di nascosto sotto le coperte, accanto a me. Eppure è rimasta sempre irraggiungibile, inafferrabile. Le sue immagini erano così delicate e fragili che non avrebbero retto al mio sguardo concreto senza formare crepe e incrinature.
Avevo l’impressione che questa Emmi artefatta fosse di filigrana, tanto che se l’avessi sfiorata anche solo una volta si sarebbe accartocciata. Il suo corpo non era nient’altro che l’aria fra i tasti delle lettere con cui giorno dopo giorno la plasmavo a parole. Un soffio… e sarebbe sparita. Sì, Emmi, per quel che mi riguarda è finita: chiuderò la casella di posta, soffierò sulla tastiera, abbasserò lo schermo del computer. Mi congederò da lei. Suo Leo.

Le Ho Mai Raccontato Del Vento Del Nord – Daniel Glattauer